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Luci e Kune

L'auto corre forte e si divora la pianura, ma lo fa per poco. L'importante è arrivare after three 'o clock, e su questo non ci sono dubbi. Si procede lenti fino allo sfinimento, fino all'arresto dell'avanzata che ci permette di ammirare la futuribile scocca del Navacco posta a mo' di conchiglia di lumaca sul fuoristrada ultimo modello. Esauritasi la prima ondata di rallentamenti ci rifocilliamo nella peggiore road house della Repubblica nei pressi di Mestre. L'Apollo ha la cotoletta gelata e c'è la fila al cesso; rimedio innafiando dietro gl'autotreni. Di nuovo a bordo fino alla prossima stazione della Via Crucis. Prim'ancora di Trieste il serpentone s'infittisce, un'ottima occasione per far sentire ai crucchi il tormento delle Strisce Bianche. Scendiamo fin quasi al mare ammirando l'onnipotenza degli ecomostri, una sorta di alveari megalitici per esseri umani. Il tempo passa lento, ma arriviamo in Slovenia anche senza la cassetta del pronto soccorso. La strada per Dragonja è larga, ma non basta a contenere l'ondata degli esuli. A passo d'uomo dal Coupè blu con milanesi d'importazione una sorta di moderno Samaritano scende e ci regala un po' di relax con tanto di filtro. Incredibile! Ancora cinque kilometri in salita, a piedi avremmo fatto prima. C'è chi parcheggia il camper in zona panoramica, gli cantiamo O Sole Mio e spezziamo la tensione. S'è fatto buio, siamo finalmente in Croazia, facciamo rotta verso la gas station di Pola ad una velocità dignitosa. Alla dodicesima ora di marcia ci fermiamo. Il posto non è proprio quello giusto, ma Lasic ci trova lo stesso. Lo seguiamo fino alla sterrata Ulika Kascuni voltando a sinistra prima del camion blu. L'impressione notturna non è delle migliori, sembra quasi da immediato dopo guerra. Comunque l'appartamento è aldilà di ogni aspettativa. Terminati i convenevoli di rito plachiamo la fame con la puttanesca di Arcangelo. Doccia e letto per ridare forza al corpo. Prim'ancora di lasciare le molli piume un gregge belante e un gallo insopportabile ci dicono che s'è fatto giorno. Il panorama diurno col mare e l'arcipelago di Brijuni è quasi da favola, ma basta sporgersi dal balcone per rendersi conto che da queste parti siamo ancora indietro, il pagliaio (quello dove non si trova l'ago) ne è lo specchio lampante. L'edilizia comunque procede a ritmo incessante. Metto sul fuoco la Qualità Oro, io come al solito la mando giù amara, ma c'è chi mal rimedia svuotando la liquerizia farcita. Preso ormai contatto con la realtà, pensiamo di muoverci verso la vicina Fazana per rifornirci di beni di prima necessità, non ultime le Coche di plastica! Non ancora in paese non resistiamo alla carica di simpatia dell'amico poliziotto, che ci da il benvenuto alla modica cifra di trecento Kune (poco più di quaranta Euro), a causa dei fari spenti. A questo punto l'ideale sarebbe non conciliare immediatamente e farsi spedire l'ammenda in Patria (ovviamente senza pagarla), ma il solerte tutore dell'ordine ha mangiato la foglia e vuole il contante sull'unghia. Di Euro non ne vuol sapere, si tiene i documenti in ostaggio (ma dove siamo capitati?) mentre aspetta il nostro ritorno dall'ufficio di cambio. Niente male come inizio! Preso ciò di cui abbiamo bisogno, compresa la treccia dolce del panificio vicino alla comunità italiana, rientriamo a casa. Nel tardo pomeriggio ci portiamo verso il mare. Lo squallore che si apre ai nostri occhi ha un so che di pasoliniana memoria. Definire spiaggia i ruderi di un molo risalente al ventennio con tranci d'acciaio protesi verso l'Adriatico, lo trovo alquanto ottimistico. A suggellare il tutto una giovane punkabbestia visibilmente denutrita, con i capelli color Ciao Crem, che armata di saponetta si terge nelle acque calme, a petto nudo, senza trascurare nemmeno le zone più piacevoli del suo esile corpo. Le fa compagnia il classico cane e, qualche istante dopo, la sua metà maschile con la capigliatura in tinta con la sua. Abbandonata la mondanità delle coste croate il giorno seguente partiamo alla volta di Pola. Come al solito il traffico rende ardui anche i pochissimi kilometri che ci separano dalla città. Entriamo passando in mezzo a casermoni scalcinati in vie ricolme di un numero impressionante di Renault 4, Tipo, Uno, Yugo, qualche simil 128 prodotta nella ex-Jugoslavia e alcune vecchie 600. Parcheggiamo vicino all'Arena dove, per la cronaca, il giorno seguente avrebbe cantato Jovanotti. Passeggiamo nel centro cittadino dal sapore tricolore. Varcato l'arco romano troviamo un'orchestrina jazz che sa di sudore. Tre gelati monopalla e una Coca. Qualche foto in un misero parco a cavallo di sepolcri di pietra. Passiamo tra le rovine del forum contornato da edifici che sanno tanto di pugno in un occhio e raggiungiamo una comitiva d'oltralpe intenta ad ascoltare la lezione di storia della propria guida, sotto il tempio di Augusto. Saliamo un po' di scale e arriviamo al castello sull'acropoli. La mostra della marineria si fa ricordare soprattutto per il caldo. Per un campione del mondo (lo si riconosce anche visto dall'alto) una foto col cannone innanzi al pistolino è quasi d'obbligo. Il cemento armato della torre posticcia pare pasta frolla ma arriviamo lo stesso in cima. Al ritorno facciamo sosta al diskont vicino al vespasiano. L'affabilità del personale lascia alquanto a desiderare, ma ormai abbiamo capito che sarà veramente difficile trovare la cordialità da porta accanto tanto decantata dalle brochure turistiche. Il più è capire se si tratta di rancori che hanno radici nell'italianizzazione forzata del vecchio regime nostrano o se, più semplicemente, è il carattere insito delle popolazioni istriane. Nuovo giorno e nuova meta. Per ventisei Euro ci assicuriamo una gita di quattro ore nell'antistante isola di Brijuni Maggiore. Mentre aspettiamo la grande barca blu ci arrostiamo ben bene sulla punta del molo. Quattro pizze quasi dolci sono il nostro pranzo che consumiamo sul lungomare costellato da sculture dedicate alle sardine. Il viaggio dura poche decine di minuti. Scendiamo e raggiungiamo Lorena che aspetta gl'italiani. Prima tappa la visita al museo di animali impagliati che la guida ci assicura essere deceduti tutti di morte naturale. Al piano superiore c'è la mostra di Tito a Brijuni, con centinaia di fotografie che ritraggono il vecchio presidente jugoslavo in compagnia di personaggi famosi (compresa Sofia Loren) e delegazioni di paesi stranieri. Tra i tanti ricordo Ho Chi Minh a bordo di un Riva comandato dallo stesso Tito. La gita prosegue a bordo di un trenino (un trattore travestito da locomotiva con vagoni al seguito), per i luoghi più interessanti dell'isola. I bolognesi rompono un po' i maroni! Il tratto di mare più affascinante lo possono attraversare solo i cervi, per gl'esseri umani la corrente è troppo forte. La vegetazione porta i segni dei suoi giardinieri naturali che potano le piante ad altezza di brucata, un aspetto singolare ma di sicuro effetto. Passiamo per lo zoo safari dove vivono animali di ogni sorta eredi viventi dei regali fatti a Tito, compresi due elefanti indiani e un paio d'asini. Sosta obbligata al bar che fa troppo "visita organizzata". La baia più bella porta i resti della civiltà romana. Qualche affresco tarocco, il viale dei pini, l'ulivo di milleseicento anni e la palude per ricordare la malaria. All'ombra del Prince of Venice aspettiamo di rientrare. Il mercoledì si presenta col cielo livido. Parenzo non è lontanissima, ma la grandine ci costringe ad una sosta forzata. Rimessici in marcia chiediamo asilo ad un cavalcavia, e poi ad un altro. La torre di guardia si rivela un pacco, proseguiamo sui bianchi lastroni, lucidi per la pioggia, alla base delle mura. Bella la basilica e tristi le pietre e le colonne del chiostro imbrattate dagl'indelebili. Le "sorele" non si fanno abbindolare dalla venditrice di centri tavola, ma da quello di grappa sì. Il nuovo giorno si mostra clemente, ottimo per visitare le case senza tetto. Ad essere sincero non so esattamente cosa siano, resta il fatto che in una di queste si potevano ancora leggere le parole Nazione e Mussolini. Vista la spianata lastricata con le rotaie, hanno tutta l'aria d'esser stati edifici annessi ad un porto costruito durante il periodo fascista ed ora lasciati andare a sè stessi. Preservativi, assorbenti, cocci di bottiglia, resti di fuochi accesi e scritte da centro sociale ne sono l'arredamento odierno. Chiusa la parentesi storico culturale, torniamo nella spiaggia già descritta in precedenza. A farci compagnia in un'insenatura vicina, un naturista su con l'età diventato nero come il carbon che, bigolo all'aria (pure quello nero), fa la cura del sole non curante di mamma e figlia in topless di fianco a lui. Al pomeriggio il mare s'ingrossa, s'alza il vento e cala la temperatura. Vien bene fare il bagno in canottiera. O forse no! Giunti ormai agli sgoccioli della nostra permanenza, causa il persistere del maltempo, occorre rinunciare alla lontana Fiume e rimediare più comodamente con Rovigno a soli trenta kilometri da casa. La coda all'incrocio col distributore fa rimpiangere le care vecchie rotonde. Arriviamo senza problemi lasciandoci le nubi alle spalle. Mi colpisce subito una ciminiera in disuso farcita di ripetitori per telefonia mobile, un ottimo esempio di come mal si conciliano vecchio e nuovo in questa nazione che tenta di nascondere le proprie ferite con un mantello capitalista preso ai saldi di una bancarella. Cambiamo qualche soldo in un esercizio che offre tra gl'altri, tabacchi e giornali. Posso così rubare qualche occhiata a La Repubblica e al Corriere della Sera, per capire meglio quel che stava accadendo nei cieli d'Inghilterra, visto che la nostra televisione prendeva solo canali tedeschi e la CNN. Ci sediamo in un bar dirimpetto al mercato di cianfrusaglie ed al monumento bianco sorto per ricodare la cacciata del fasistickog terora, dove ora i bambini giocano a pallone. Scaliamo le irte viuzze della città vecchia fino ad una postazione militare in cemento a picco sul mare. Poco più in là un prode alemanno si lancia in acqua dall'alta scogliera. Il punto più alto di Rovigno è dominato dalla chiesa di Sant'Eufemia, tanto maestosa all'esterno, per quanto scarna all'interno. La suora ha transennato quasi tutto mentre i fedeli a macchinetta ripetono la litania molizànàs, molizànàs, molizànàs... Scendiamo per il dedalo di vicoletti e arriviamo in piazza Maresciallo Tito dove, da lì a poco, si sarebbero esibiti percussionisti ghanesi. Sulle rive del porto l'artista spray inquina l'aria. Rinunciamo alla cena vista mare sia per i prezzi sia per l'insopportabile rosario del giostraio di servizio al ristorante. Basta salire poco e l'accogliente Cisterna ci serve a modica spesa specialità di mare liscate e non. La bimba moderna, con sorpresa del padre, si cala le mutande e ride. Dopo il grappino offerto dalla rasdora dietro il bancone comincia nuovamente a piovere. Prima d'imbarcarci in auto prendiamo un po' di colazione nel diskont più diskont che ci sia. Pareti gialle dipinte alla meno peggio, bancali qua e là travestiti da scaffali e uno zerbino di wafer. Torniamo a casa sotto l'acqua e nella notte si scatena la tempesta. E' giunto il momento di partire. Ci scordiamo il caffè. Passiamo da Fazana per prendere due trecce dolci da portare a casa come trofeo. Più di quattro ore per ottanta kilometri. Infernale! Ultimissima tappa le grotte di Postumia in Slovenia. Qui le strade sono scorrevoli e larghe e, una volta varcato il confine, non impieghiamo molto ad arrivare. La temperatura nelle grotte è fissa a otto gradi, a parte l'aria gelida che arriva nel trasferimento col trenino sottorraneo, è anche sopportabile. Arrivati in stazione ci si divide per nazionalità e, ovviamente, "se famo riconosce'". Mentre seguiamo la guida lungo il tragitto a piedi si sente distintamente "'a cocca! va più piano che c'ho già 'r fiatone!". Presa una decisa sbornia di stalattiti, stalagmiti, tendine e altre meraviglie sotterranee arriviamo alla vasca dell'animale simbolo di questa vacanza: il Protues! Questo curioso anfibio vive perennemente nell'oscurità, quindi è privo di occhi e del pigmento protettivo della pelle: è bianco come un cadavere. Assomiglia ad una biscia, ma con quattro piccolissime e distantissime tra loro, zampette. L'unico colore oltre al bianco sono le branchie rosse che ha sulla testa. Povera bestia. Il tour finisce con la stalagmite simbolo di Postumia completamente bianca e con la sala dei concerti, una grotta alta quaranta metri con un'eco spettacolare. Sulla strada del rientro, incisa su di una montagna quasi sulla falsariga della collina hollywoodiana, la maestosa scritta "TITO". Da qui in poi, fino alla tredicesima ora di ballo, è solo un viaggio anonimo (con fila di rito a Venezia) tra le autostrade italiane. Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito.