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Il Grifo e il Leone

L'intercity Brunelleschi parte puntuale alle 9.22, ci lasciamo alle spalle la festa in piazza e la tristezza per la scomparsa di Jimmy Ferrari. Il supplemento rapido non toglie la puzza dal treno. Dopo il consueto tratto transappenninico con spiragli di poca luce tra una galleria e l'altra giungiamo a Santa Maria Novella. Nella mezz'ora di sosta mi concedo il lusso di un Crispy Mc Bacon in sacchetto da consumare nell'interregionale fermo al binario 15. Sul marciapiede, dov'ero sceso per una fumata, due spagnolone in età ormai avanzata mi chiedono lumi sulle fermate, con un idioma degno solo di un Totò poco in forma le dirotto sul personale viaggiante che pazientemente risolve l'enigma. Tornato a bordo un cazzone perugino (la sua autodefinizione) si prodiga in inusuali flessioni sotto i nostri sedili alla ricerca del passaporto. Al momento della messa in marcia sembra scomparso. Lo rivediamo comparire di lì a poco per scrostrarci gentilmente dai nostri posti a sedere, per ricominciare nuovamente il suo gesto atletico alla ricerca del Graal. Presa ormai confidenza ci confessa il suo dramma. L'indomani sarebbe dovuto partire per gli Stati Uniti, mentre adesso stava raggiungendo la fidanzata a Milano. Giunto a Firenze però s'accorge di non aver più il passaporto. Buon per lui che nel frattempo qualcuno a Perugia abbia trovato il documento al bar della stazione e l'abbia consegnato alla Polfer. Così dopo un numero indecente di telefonate fa rotta verso Terontola per riavere l'agognato oggetto del desiderio portatogli dal padre. L'inaspettato incontro però ci arricchisce di dritte sul capoluogo umbro, con informazioni gastronomiche e storiche che daranno i loro frutti nei giorni a venire. Costeggiamo il lago Trasimeno e giungiamo finalmente a destinazione. Veniamo accolti da una leggera pioggia e da un cielo plumbeo. Preso il primo autobus per Piazza Italia ci arrampichiamo per una lunga serie di tornanti che terminano una volta giunti in centro. Ci incamminiamo lungo Corso Vannucci fino a trovare le indicazioni per l'hotel Umbria. Percorriamo uno vicolo strettissimo, poi due rampe di scale e, finalmente, a pochi passi sulla sinistra in una ripida discesa l'ingresso dell'albergo. Il poco loquace locandiere ci consegna le chiavi. La camera ha poca luce, ed è molto più stretta di come da giù immaginavo. Al posto del bidet c'è un rubinetto incastonato sulla ciambella. I letti sono separati. La tv con lo schermo bombato ha il telecomando universale con le funzioni di base. Sistematici alla meno peggio cerchiamo ristoro per le pance vuote. Due panzerotti con wurstel e patate in una strettissima pizzeria take away. Sulla parete dietro il bancone c'è un bellissimo quadro a sfondo nero con i personaggi dell'arte napoletana. Sul corso il sottofondo è scandito da un flauto da ora di educazione musicale delle medie, suonato dal punkabbestia di turno. Giunta poi l'ora di cena, una margherita e un'isalata di pollo al vicino Ferrari sono proprio quel che ci vuole. Una passeggiatina digestiva fino al Carousel con vento gelido di contorno portano a termine questa giornata. La notte è buia e tempestosa. Poco prima dell'alba il cielo si schiarice e il nuovo giorno si fa avanti bello e dal clima amichevole. Nostro malgrado scopriamo che la "tipica colazione all'italiana con cappuccino, cornetti e crostate fatte in casa" si rivela presto una bufala. Cappuccino lungo, fette biscottate che si sbriciolano, brioches confezionate da discount, barattolone di Nutella a cui attingere personalmente e crostatine in sacchetto sono la cruda realtà. Incassato il duro colpo partiamo alla volta del centro cittadino. A dominare Corso Vannucci è la Cattedrale di San Lorenzo, tanto maestosa all'esterno per quanto disadorna all'interno. Dal piazzale antistante ammiriamo la duecentesca poligonale Fontana Maggiore e l'asimmetrica facciata del Palazzo dei Priori. Qui, un grifo e un leone stanno a guardia dell'ingresso alla Sala dei Notari, oggi sede del consiglio comunale (o almeno credo d'aver capito sia così), dall'aspetto robusto e severo, completamente adornato di affreschi. Un distratto turista ha dimenticato la propria guida, corredata da appunti personali, su di un bancone. La tentazione di grattarla è forte... ma sarà la video sorveglianza, sarà che abbiamo già fatto un investimento di cinque euro sul nostro "Bignami" di Perugia che rinunciamo al "colpo". Una volta usciti riprendiamo la strada e pochi metri più avanti facciamo tappa alla Galleria Nazionale dell'Umbria. Nonostante le poche primavere alle spalle sono costretto a pagare il prezzo intero. C'è di buono che, insieme all'esoso ingresso, al visitatore viene offerto un caffè espresso in un bar di Piazza Matteotti. Saliamo gli scalini (sarà una costante di questo viaggio) che ci portano alla prima sala del museo, qui troviamo il grifo e il leone originali che presidiavano un tempo la Sala dei Notari. Presa la consueta sbornia di Madonne con Bambino cinte da santi (particolarmente gettonati San Bernardino e San Lorenzo con graticola alla mano) e le innumerevoli rappresentazioni dell'Eterno nell'iconografia classica del vecchio barbuto, riprendiamo la strada sotto il cielo limpido verso l'agognato caffè omaggio citato poc'anzi. Da un viottolo laterale della piazza s'accede ad una balaustra panoramica che domina dall'alto parte del borgo medioevale. Per arrivarci bisogna pagare dazio passando dal mercato coperto anche qui a gestione quasi esclusivamente cinese. Una foto ricordo ad alcune coatte e poi di nuovo in cammino in cerca di cibo. La pizzeria "A 4 passi" fa al caso nostro. Prezzo modico, niente caffè e Studio Sport di sottofondo. Seguiamo le indicazioni per l'arco etrusco che si trova al termine di un lungo discesone. Giunti alle vecchie mura ammiriamo questo maraviglioso artifitio [di pietre] senza calcina congionte insiema. Risaliamo verso piazza IV Novembre costeggiando l'antica cinta. Da questa prospettiva si capisce bene da dove venga il classico paesaggio di case incastonate l'una con l'altra del presepio francescano. Al calar della sera, senza bussola, orbati dalla guida di stelle sicure facciamo rotta verso la Rocca Paolina. Passiamo a fianco della sede regionale della Rai. Scendiamo fino ad arenarci in Piazza Partigiani poco prima della stazione dei bus. Ormai piegati all'avverso destino facciamo dietro front. Approfittiamo delle scale mobili. Ad un tratto, senza volerlo e senza saper esattamente come, siamo all'interno della tanto cercata fortezza papale voluta da Paolo III. Costruita su di un antico borgo, ed inglobatolo all'interno della propria struttura, si presenta come una città sotterranea o, meglio ancora, come una città con pietre e mattoni al posto della volta cieleste. Una follia urbanistica a marchio indelebile della supremazia papale di un tempo; oggi lo chiameremmo un ecomostro! Approfittando della convenienza (è gratis) buttiamo un occhio ad "Alizarin", un'esposizione pittorica di Francesca Cornelia Tosetti (mai coverta). Confesso di capirci poco, ma i quadri danno tutti l'impressione di "quel" Dio luminoso che vedono i comatosi in fondo ad un corridoio buio. Finiamo la serata davanti a due carbonare spettacolari, mentre al tavolo di fianco al nostro un padre premuroso allattava il figlioletto a suon di birra. Il giorno seguente partiamo per Assisi. Una volta usciti dalla stazione appositamente riportata allo splendore originario in occasione del giubileo del 2000 (con tanto di targa a testimonianza del fatto), ci guardiamo intorno e la domanda sorge spontanea: "E adesso? Dove cazzo andiamo?". Sì perchè come turisti fai da te facciamo piuttosto cagare (questa la voglio dedicare all'anonimo veneziano). Ci aspettavamo, una volta scesi dal treno, di trovarci in pieno medio evo. Troviamo solo case su case, catrame, cemento e un Mc Donald's. Esce il genio che è in me. Francobolliamo quello con la faccia da turista e vediamo che fa! Compriamo i biglietti del bus nell'edicola della stazione, ci facciamo rapinare comprando la cartina di Gardaland e seguiamo il nostro uomo. La bambina scema che gioca a fare la mamma alla fermata sarebbe da prendere a calci nelle gengive, ma sono contro la violenza; tenendo poi conto che siamo nella città dove ogni anno si svolge la marcia della pace. La "vera" Assisi è incastonata nella roccia di un colle, la raggiungiamo in una decina di minuti che sembrano secoli a causa di curve, curvoni, tornanti, frenate e accelerate. Finalmente il capolinea! La Rocca Minore la guardiamo solo da lontano (tanto è minore), l'Eremo delle Carceri invece lo schiviamo senza ritegno visto che si trova nel mezzo del bosco. Ci immergiamo anima e corpo nel borgo per poi risalire fin sotto le mura della Rocca Maggiore. Da qui si può dominare tutto il paese. Sul lato inespugnabile due giapponesi ciarlano fra loro, mentre su quello espugnabile due punkabbestia mal resistono alla forza di traino dei loro fedeli amici a quattro zampe. Sulle note di Magic Moments spazzoliamo due margherite al "Duomo". Poco più giù c'è il duomo vero, la Cattedrale di San Rufino. Qualche ora più tardi scopriremo che qui si trova il crocefisso che parlò a San Francesco, al momento scopriamo che per visitare la cripta ci vogliono tre euro per cui leviamo le ancore e ci dirigiamo alla prossima meta. Seguiamo un dedalo di vicoletti che ci portano al Tempio di Minerva nella piazza del comune. Qui Frate Tuck con lo zuccotto sul capo ci illustra le meraviglie del luogo. Un paio di scatti all'amico cinese, i santini di San Giuseppe e Sant'Andrea, saluti, benedizioni, sorrisi, scambio di e-mail e siamo di nuovo in marcia. Arriviamo alla Chiesa di Santa Chiara. Prima della visita una meritata sigaretta nella piazza antistante è quasi d'obbligo. L'interno non mi colpisce particolarmente. Scendiamo nella cripta e qualcuno urla "Silenzio!". I capelli, l'abito della Santa e quello di San Francesco nel reparto reliquie. Poco più in là la stanza con i resti mortali e la cronistoria a puntate sulle pareti. E' poi la volta di Santa Maria Maggiore. Degno di nota un presepe in stile umbro palestinese, con acqua corrente e artigiani al lavoro. Effetto giorno e notte incluso, ma non ne approfitto. Nel sotterraneo i resti della domus romana con luce che scatta al passaggio attraverso lo fotocellula. Mal sincronizzata come quella del Dubh Linn che invece di puntare sulla tazza è persa nel vuoto cosmico e ti lascia al buio nel momento meno opportuno. Come un faro nella notte seguiamo la torre quadrata bianca che dopo un'interminabile discesa da fare con le ridotte ci conduce all'Abbazia di San Pietro. L'interno è fosco e severo. Riporta l'immaginazione alla buia età di mezzo. Mi piace! Ultimo capitolo della gita assisiate è, manco a dirlo, la Basilica di San Franceso. Ovviamente, essendo scesi fin alle mura, adesso tocca risalire fino al Colle del Paradiso passando in mezzo alle matrioske dei frati. Prima d'entrare il comitato d'accoglienza cerca di sbolognarci audioguida e mappa del luogo sacro. Dopo lunghe trattative dribblo l'avversario prendendo solo la mappa, che, da questo momento in poi, fino alla restituzione, non userò mai. Come per Santa Chiara, anche qui, le spoglie di San Francesco si trovano nella cripta. C'è di buono però che qui l'ente preposto ha lasciato l'ambiente spartano senza abbandonarsi a divagazioni kitsch. Il Santo è sepolto in un sarcofago di pietra disadorno posto a circa un metro e mezzo d'altezza all'interno di una larga colonna sotto l'altare maggiore. Attorno a lui, ai quattro angoli della cripta riposano altrettanti compagni. Terminata la visita alla Basilica Inferiore con annesso reliquiario passiamo a quella Superiore. Qui, con la scusa d'ammirare gl'affreschi di Giotto, mi siedo... e ci prendo pure gusto. PAX scritto con le siepi nel prato antistante è la prima cosa che salta all'occhio uscendo, oltre ad un altro (l'ennesimo) punkabbestia seduto su di un muretto che tiene appollaiata sul ginocchio sinistro una colomba. Non ci sarebbe bisogno di dirlo ma era, e come non potrebbe essere, munito di cane al guinzaglio (una corda). Intanto che ci gustiamo il presepio in scala uno a uno veniamo avvicinati dal Samaritano che non accetta l'euro volante. Parliamo (lui soprattutto), ci lascia il magazine (tutta colpa di Tele Umbria) e ci saluta. Torniamo a Perugia che è già buio. Il tragitto in autobus dalla Stazione al centro è qualcosa di indescrivibile per noi che siamo gente di pianura. "Avviso della casa di tolleranza: ai Sig.ri clienti è vietato molestare le signorine prima di avere pagato la marchetta. La direzione". Nonostante questo segnamo "non gradito" sul Baldo anche se la carbonara era molto buona. Sabbato, valiggia e peli pubbici. Paghiamo il conto e leviamo le tende. L'indomani mattina, nel post caffè (ma ormai fuori dal bar) l'intestino mi dichiara guerra. Le trattative per la pace le intrattengo nel cesso pubblico semi automatico. Entro, passo davanti al funzionario che mi da il via libera. Premuto l'apposito pulsante si apre la porta tagliafuoco della cabina pressurizzata. Chiudo. Dove cazzo è la carta? Anche qui premo l'appossito pulsante che dopo lunga attesa (ormai non ho più tempo) eroga due, e sottolineo due, strappi. Porto a termine il travaglio e con le terga in condizioni pietose cerco l'innesco dello sciacquone. Anche qui ovviamente ci sarà l'apposito pulsante... No! Lasciando una parte di me a galleggiare sull'acqua chiedo notizie al funzionario, che mi rassicura dicendo che una volta toltomi dalle palle l'infernale marchingegno provvederà a sgasare il tutto automaticamente. Ormai ferito nell'onore faccio ritorno all'hotel per terminare l'incompiuta (e mal tersa) funzione fisiologica. Riprendiamo il cammino laddove è stato interrotto. Arriviamo fino a San Francesco in prato. Chiuso per restauri! Pezziamo con l'adiacente oratorio di San Bernardino e, il retrostante a quest'ultimo, oratorio dei Santi Andrea e Bernardino (sempre lui!). Ad anni luce da qui scorgiamo il Cassero di Porta Sant'Angelo. Pare un'impresa titanica, ma dopo un quantitativo inenarrabile di scalini in su e in giù che ci fanno attraversare anche la zona universitaria, e dopo irte e scoscese stradicciole arriviamo finalmente a quella che fu la più grande delle porte di Perugia. Essendo una torre qualcosa mi dice che i gradini della nostra scampagnata non sono finiti. Infatti! Il panorama a trecentosessanta gradi che si scorge dalla cima varrebbe la fatica fatta se non fosse per le gru che oscurano in parte il paesaggio. Ma tant'è. Prendiamo Corso Garibaldi e andiamo alla ricerca del "Mi' Cocco", un ristorante tipico consigliatoci dal nostro distratto compagno di viaggio. Passato Braccio di Fortebraccio, a poca distanza dall'arco etrusco lo troviamo al civico dodici. Stanno ancora apparecchiando per cui ci tocca aspettare qualche minuto in strada. Personale poco espansivo ma educato, pareti bianche rugose, ambiente accogliente. Traslochiamo un paio di volte per far sistemare al meglio una famiglia numerosa con un figlio campione dello scaccolo e attacco (a farne le spese anche i capelli della madre). Prendiamo il tavolo dietro la colonna dove posso ammirare il riporto avvitato di un elegante avventore. Il menù non c'è, nulla da ordinare, ti portano quel che vogliono. Bruschette, tagliatelle, gnocchi, arrosti misti, insalata, zuppa inglese e vin santo. "Dal Mi' Cocco 25.000 lire fanno 13 euro". Carta canta. Aggiungiamo la modesta differenza delle bevande e sotto una pioggierella all'irlandese ce ne andiamo satolli e soddisfatti. Quel che ci manca per completare degnamente la nostra vacanza è la torta al testo. La torta al testo sta all'Umbria come la piadina sta alla Romagna. La troviamo al "Settimo Sigillo". Ricostruzione medioevale dell'ambiente da film hollywoodiano con Errol Flynn. Bancone a forma di drago e drago trafitto da una spada scolpito nel muro (cartongesso). Ci sistemiamo nei pressi di un'armatura, e ci facciamo portare questa semplice, ma incredibilmente buona pietanza contadina. Unica nota stonata il peggior caffè mai bevuto in vita mia. Non so se la colpa è stata del salame di cinghiale che m'ero appena sbafato, ma l'espresso era salatissimo! Siamo giunti all'ultimo atto. Mellow Yellow in Piazza Italia. Il regionale per Firenze con i graffiti sul finestrino. Due panini agl'archetti dorati. L'infante che frigna e due maleodoranti anglofoni sul Cisalpino. Buon anno!